Febbraio 3, 2024
La Guerra sbagliata agli atenei telematici
Libero, Marco Bassani
Febbraio 3, 2024
La Guerra sbagliata agli atenei telematici
Libero, Marco Bassani

Tutti gli studenti italiani hanno sentito parlare di Ned Ludd. All’alba della Rivoluzione industriale pare che un operaio inglese in un momento d’ira avesse distrutto un telaio e pochi decenni dopo diventò la leggendaria figura di riferimento di un movimento politico che da lui prese il nome, il luddismo, che voleva distruggere le macchine per rallentare i ritmi sfiancanti di lavoro. Da allora ogni protesta immatura contro le nuove tecnologie viene considerata una forma di luddismo. 

Le manfrine a cui stiamo assistendo ormai da anni contro le università telematiche, dalle proteste degli esponenti politici, alle levate di scudi della Conferenza dei Rettori (una lobby delle università in presenza), ai tentativi di sabotaggio veri e propri non sono altro che atti di luddismo. La rivolta contro le nuove tecnologie al servizio degli studenti sta toccando nuove vette in questi ultimi mesi. Le università in presenza, per la stragrande maggioranza finanziate con la fiscalità generale, invece di cercare di apprendere qualcosa dal successo delle telematiche, per la maggior parte private, e riflettere sui loro fallimenti, hanno ormai deciso di mettere quanti più bastoni possibili fra le ruote di una bici che sta semplicemente ampliando e diversificando l’offerta formativa universitaria. 

Il gruppo di pressione delle università tradizionali sa perfettamente che l’Italia si colloca solo un gradino sopra la Romania per quanto riguarda le statistiche sulla percentuale dei laureati. Si tratta semplicemente di statistiche da terzo mondo. E l’intero establishment delle università in presenza non fa altro che chiudersi a riccio, cercando solo di ostacolare qualunque altra iniziativa universitaria.  

A ottobre era stato il PD di Elly Schlein – con un’interrogazione parlamentare – ad attaccare le università telematiche, dopo che il ministro della Funzione pubblica, Paolo Zangrillo, aveva firmato semplicemente alcuni protocolli con università on line con il semplicissimo obiettivo di favorire la formazione dei propri dipendenti.

Ora è invece una parte della stampa che, in ragione di una radicata avversione italica verso tutto ciò che è privato, ha puntato il dito contro un emendamento sottoscritto da alcuni parlamentari del centro-destra al fine di rinviare di un anno l’applicazione di alcuni obblighi introdotti dall’allora ministra dell’università e della ricerca, Maria Cristina Messa (area PD).

L’emendamento (che ha come primo firmatario Ziello) punta a far sì, in particolare, che le università telematiche abbiano semplicemente un po’ di tempo in più per adeguarsi ai nuovi obblighi normativi, che prevedono un diverso rapporto tra numero di studenti e docenti assunti. 

A parte l’assurdità di considerare allo stesso modo due mondi tanto diversi (una cosa sono le lezioni in aula, un’altra quelle registrate che possono poi essere seguite anche da migliaia di persone), le telematiche stanno scontrandosi con difficoltà enormi: organizzare in pochi mesi centinaia di concorsi – con nomina di commissari e scelta dei professori – non è un problema di facile soluzione.

Per giunta è più che legittimo che le università telematiche dispongano del tempo necessario a individuare i migliori docenti: senza essere costrette ad assumere semplicemente quelli che in questo momento sono disponibili. Nessuna impresa ovviamente vuole assumere il primo che si rende disponibile, se vuole offrire un servizio di qualità al proprio pubblico. 

Per di più vi sono interi settori in cui mancano professori in possesso di un’abilitazione scientifica nazionale, ossia il requisito necessario per partecipare ai concorsi in qualunque università, pubblica o privata, in presenza o telematica. Di conseguenza, in qualche caso è davvero materialmente impossibile adeguarsi in tempi così brevi ai criteri fissati dalle nuove norme, che non sono altro che il risultato dell’ostilità della sinistra e della sua longa manus, la CRUI. 

La guerra ormai è dichiarata, tanto che recentemente la Conferenza dei Rettori ha modificato il proprio statuto, impedendo ai rettori delle università che puntano sull’informatica e sull’innovazione didattica di essere parte dell’associazione. Il risultato positivo di questa mossa ostile è che ormai l’associazione è soltanto il braccio armato di un gruppo d’interesse ben definito: il vecchio mondo universitario statizzato. Non bastasse questo vi sono università, come l’ateneo di Padova, che hanno deciso di superare a sinistra la CRUI, proibendo ai loro docenti d’insegnare a contratto negli atenei telematici.

Il successo delle nuove università private sta davvero facendo impazzire i burocrati pubblici. Le università tradizionali di Stato, culturalmente integrate con il sistema di potere della sinistra ZTL, fingono di criticare le modalità di erogazione delle lezioni, ma in realtà attaccano come sempre le novità, la tecnologia e il mercato. La maggior parte delle università non può accettare che vi sia un’altra realtà in grande crescita, quella delle telematiche, che invece è al suo interno plurale, differenziata e tollerante (e per giunta spesso gestita da imprenditori privati).

In fondo, il conflitto va bene al di là del ristretto mondo universitario e investe l’intera società italiana. Si tratta infatti di capire quanto pure all’interno del governo Meloni sia forte la vecchia sinistra burocratica, anchilosata nel suo statalismo selvaggio, anche in ragione dei suoi legami con i media, la magistratura, la grande impresa parassitaria. Questo conflitto nel campo dell’università sarà la cartina di tornasole per comprendere davvero se questo governo vorrà o meno vivacchiare all’ombra del mito “pubblico è bello”.