Oltre le sbarre: il carcere come ultimo anello dell’assistenzialismo statale
Sandro Scoppa – Atlantico Quotidiano
La disperazione non nasce in carcere, ma nella dipendenza dallo Stato. È figlia di un modello sociale che confonde l’assistenza con la protezione, l’inclusione con il controllo, la solidarietà con la burocrazia
Il suicidio in carcere non è solo una tragedia individuale: è il segno di uno Stato che punisce senza sapere più perché punisce. Ogni vita spenta dietro le sbarre è un fallimento collettivo, ma non perché il detenuto non sia stato “curato” abbastanza: è il sintomo di un sistema che ha sostituito la libertà con l’istituzione, la persona con la pratica amministrativa, la responsabilità con il paternalismo.
Il problema non nasce nel carcere, ha origine prima di esso. È figlio di un modello sociale che confonde l’assistenza con la protezione, l’inclusione con il controllo, la solidarietà con la burocrazia. E che continua a credere che bastino un apparato burocratico con psicologi, protocolli e operatori sociali per restituire senso alla vita di chi lo ha perduto. Così il carcere diventa l’ultimo anello di una catena di dipendenze: prima dallo Stato assistenziale, poi da quello punitivo.
L’aumento dei suicidi
La recente impennata dei suicidi – 81 dall’inizio del 2025 secondo l’associazione Antigone, una media di quasi uno ogni tre giorni – mostra quanto profonda sia la crisi del sistema penitenziario. Una crisi che non riguarda soltanto le carceri sovraffollate o il personale insufficiente, ma la logica stessa con cui si affronta la devianza.
Come ha ricordato in un rapporto del Consiglio d’Europa, il Comitato per la prevenzione della tortura (luglio 2025), la condizione italiana resta tra le più critiche del Vecchio Continente: troppi detenuti per pochi spazi, troppa burocrazia per poca umanità.
Libertà e responsabilità
Nessuna rete pubblica, per quanto estesa, può sostituire la libertà come motore di dignità. Il vero antidoto non è l’intervento dello Stato, è piuttosto rappresentato dalla rinascita della responsabilità personale, della fiducia reciproca, della comunità civile. Non una “presa in carico”, piuttosto un passaggio di testimone: dall’uomo sorvegliato all’uomo capace di agire, di scegliere, di riparare.
La società contemporanea tende invece a perpetuare la detenzione sotto altre forme. Chi esce dal carcere continua spesso a vivere in un mondo che lo sorveglia, lo controlla e lo diffida. I programmi pubblici di “reinserimento” si trasformano in apparati burocratici che considerano l’individuo non come un soggetto, bensì come un oggetto di politiche. In questo modo, la “detenzione sociale” non finisce con la scarcerazione: semplicemente cambia indirizzo.
Un approccio autenticamente umano e razionale dovrebbe invece partire da un principio elementare: la libertà non si delega. È compito dello Stato limitarsi a garantire le condizioni minime affinché ciascuno possa ricostruire la propria esistenza, non pianificarla. Sono necessari meno apparati e più persone: meno fondi a progetti assistiti e più sostegno a chi, nel privato e nel volontariato, crea occasioni reali di lavoro, formazione e impresa. Servono meno norme e più fiducia nell’autonomia.
Una riforma culturale
Le esperienze più efficaci in Europa – dai programmi olandesi di reinserimento civico alla “giustizia riparativa” sperimentata in alcune regioni tedesche – mostrano che dove si coinvolgono comunità locali, imprese e cittadini, la recidiva diminuisce drasticamente. Non per l’effetto dei fondi pubblici, ma per la libertà concreta di scegliere e di agire.
Per questo, la riforma necessaria non è solo penitenziaria, è culturale. Occorre ripensare il significato stesso della pena. Essa non può ridursi a un atto di reclusione, né può essere una forma di rieducazione forzata. Deve tornare a essere una conseguenza proporzionata e temporanea di un atto, non una condanna esistenziale. Punire senza offrire libertà è un modo per distruggere la persona; ma pretendere di redimerla con programmi obbligatori è un modo più sottile per negarle la stessa autonomia.
Il compito della comunità è diverso: non “recuperare” chi ha sbagliato, permettergli invece di tornare a vivere come individuo tra individui. La libertà, non la tutela, è la più potente forma di cura. Non si tratta di moltiplicare assistenti, mediatori e funzionari, ma di restituire spazio all’iniziativa, alla fiducia, al lavoro. Il carcere dovrebbe essere un luogo in cui si prepara alla libertà, non un laboratorio di dipendenza.
La vera politica di prevenzione dei suicidi non nasce in cella, si origina e si sviluppa nella società. Si fonda sulla presenza di famiglie solide, di comunità attive, di imprese disposte ad aprire le porte a chi riparte da zero. Il diritto alla vita non è garantito da un modulo o da un operatore, lo è dalla possibilità concreta di scegliere, di sbagliare ancora e di rialzarsi.
Ogni suicidio in carcere è dunque una sconfitta, ma lo è ancora di più se pensiamo che molti di quei destini si erano già infranti ben prima della reclusione. Perché la disperazione non nasce in isolamento: nasce nella dipendenza dallo Stato, nella mancanza di libertà, nel vuoto relazionale prodotto da una società che non conosce più la responsabilità individuale.
La servitù tranquilla
La stessa società che, illudendosi di proteggere, finisce per infantilizzare i cittadini, privandoli della possibilità di autodeterminarsi. È quella “servitù regolata e tranquilla” che Alexis de Tocqueville ha descritto con lucidità profetica ne “La democrazia in America”, quando ha scritto:
Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari […]. Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare […] che lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore […]. Non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore.
Quel potere “immenso e tutelare” che il pensatore liberale francese temeva è oggi più che mai reale: uno Stato che pretende di curare tutto, regolare tutto e proteggere tutti, finendo per privare ciascuno della propria dignità. Anche dietro le sbarre. Restituire libertà a chi ha sbagliato significa difendere la libertà di tutti.
